Giuseppe Belli

belliNacque a Calasca, in Val d’Ossola nel 1791. Ancora ragazzo si trasferì con la famiglia a Pavia, dove si laureò in Filosofia e Matematica. A partire dal 1820, cominciò la sua attività didattica come assistente di Configliachi, e dopo un soggiorno milanese e uno padovano, tornò definitivamente a Pavia, nel 1842, per ricoprire la cattedra di Fisica e l’incarico di direttore di Facoltà. Si spense nel 1860. Riservato, interamente votato alla scienza, si dedicò ai suoi studi con prudenza e misura, diffidando delle tesi in cui ravvisava una qualche indulgenza all’arbitrarietà di assunzioni non rigorosamente provate. Nelle sue ricerche mancò l’intuito, o, se vogliamo, l’audacia scientifica nell’accostarsi ad ipotesi nuove. Accurato e completo, preferiva conservare le vecchie dottrine, pur con tutte le loro manchevolezze, che egli apertamente riconosceva, piuttosto che abbracciarne delle nuove che ammettessero ancora qualche punto oscuro. Si può cogliere nell’opera di Belli una scelta mai ammessa in modo esplicito: la preferenza accordata a uno specifico indirizzo dell’eredità scientifica lasciata da Newton. Al newtonianesimo venivano riconosciute essenzialmente due tematiche, la prima tendente ad una elaborazione teorica di carattere generale, fortemente supportata dal ricorso ai sistemi matematici (Principia), la seconda legata ad una sperimentazione scrupolosa, ad una analisi particolareggiata di fatti empirici specifici ed esente da gratuite ipotesi esplicative (Optics). L’opera di Belli si può tendenzialmente ricondurre a questo secondo indirizzo. Il suo lato migliore fu la perseveranza che lo condusse ad osservazioni e innovazioni molto interessanti e svariate. Arricchì la scienza di metodi di ricerche, immaginando e migliorando macchine e modi di sperimentare; non inventò teorie ma seppe illustrare le più difficili, stabilire leggi e relazioni tra i diversi fenomeni e formularle sempre con rigore ed esattezza. Fu un originale ideatore di strumenti, ricordiamo la sua macchina ad induzione, il duplicatore elettrico e il motore magnetoelettrico. Il suo contributo è importante soprattutto nell’elettrologia e nella meteorologia. Nel campo dell’elettrologia ricordiamo i suoi studi circa le repulsioni elettriche nell’aria rarefatta, la teoria matematica della distribuzione dell’elettrico nei corpi, l’elettricità negativa che si riscontra sopra le cascate d’acqua, la dispersione delle cariche elettriche e la più facile dispersione dell’elettricità negativa in confronto della positiva, l’incompatibilità di due correnti contrarie e simultanee in un medesimo filo, le induzioni elettrostatiche. Il più importante lavoro in questo campo è il Corso elementare di fisica, che intraprese su invito del governo che chiedeva un testo per le scuole secondarie. Il lavoro, però, gli crebbe tra le mani e non poté portarlo a termine. L’opera doveva comporsi di cinque volumi, ma soltanto tre furono pubblicati.
Nel campo della meteorologia compì studi intorno ai fenomeni meteorologici (l’agglomerarsi delle nubi temporalesche, la formazione delle gocce d’acqua, dei fiocchi di neve e della grandine) che si collocano come continuazioni delle osservazioni inaugurate da Volta. Sempre nel campo della fisica studiò l’attrazione molecolare tendendo a dimostrare l’impossibilità dell’identità fra la attrazione di gravitazione universale e la molecolare. Si occupò di meccanica, scrisse su diversi argomenti e tenne delle pubbliche lezioni di idrometria. In geologia dimostrò l’impossibilità per la crosta terrestre di reggersi quale volta a sé e quindi la necessità di appoggiarsi sulla massa ignea e liquida centrale, spiegando in questo modo il fenomeno delle eruzioni vulcaniche. In matematica compì uno studio sul rapporto approssimato tra circonferenza e diametro, trovando una via più semplice per ottenerlo (usando tre serie invece delle due proposte da Eulero). Si occupò dell’isocronismo del pendolo usando solo la matematica elementare. La sua propensione per il solo uso del calcolo elementare fu prevalente, anche se in alcune circostanze si rassegnò a rinunciarvi a favore dell’analisi infinitesimale. La matematica infinitesimale, nonostante i successi in sede tecnica, riuscirà a darsi un assetto rigoroso sul piano logico solo verso metà 800, perdendo l’alone di mistero che la rendeva di dubbia legittimità sul piano logico. Ed è appunto appellandosi al rigore logico che Belli privilegia i metodi algebrici anche in quei problemi che si riteneva potessero essere risolti anche con l’analisi (isosincronismo del pendolo).