Storia del Museo

Il nucleo originario delle principali collezioni del Museo si può far risalire alle riforme teresiano-giuseppine. Nella seconda metà del Settecento il clima riformistico dell’Illuminismo coinvolse anche l’Università di Pavia, sino allora appendice quasi dimenticata dell’impero. L’Imperatrice Maria Teresa d’Austria e il suo erede Giuseppe II, monarchi illuminati, si occuparono della rinascita e del rifiorire dell’antica Università, promuovendo riforme di carattere didattico-scientifico e un rinnovamento edilizio.

Vennero approvati dal Magistrato Generale degli Studi un Piano Didattico (1771) e un Piano Scientifico (1773) per disciplinare l’accesso degli studenti alle facoltà, la chiamata dei professori – i migliori per fama e valore scientifico – e la razionalizzazione degli insegnamenti a favore di una didattica moderna, d’impronta sperimentale. Sorsero, a questo scopo, le nuove strutture: la biblioteca, il teatro anatomico, il teatro fisico, il museo di storia naturale, il laboratorio di chimica, l’Orto botanico e i gabinetti di fisica sperimentale e di anatomia.

L’attuale allestimento della struttura museale risale agli anni trenta del XX secolo. In quegli anni si concludeva, a Firenze, la prima esposizione nazionale di storia della scienza, che si era svolta tra maggio e ottobre del 1929, un grande evento che doveva essere, nell’intenzione degli organizzatori, una manifestazione di ‘italianità’, a riprova del fatto che il genio italiano si era dimostrato grandissimo in tutti i campi del sapere e non solo nella poesia e nelle arti. All’interno della mostra, suddivisa per aree geografiche, la sezione dedicata a Pavia presentava, in poco spazio, «cimeli rarissimi e scoperte di primo ordine nei vari campi della scienza». Alla conclusione dell’esposizione, quando i pezzi erano rientrati a Pavia, si era deciso di fondare un Museo, dedicato alla storia dell’Università, che aveva trovato spazio proprio nei locali dell’antico museo di Scarpa, da poco liberati in seguito al trasferimento dell’anatomia patologica in una nuova e più moderna sede.

Una mostra realizzata a Pavia nel 1932, a Palazzo Botta a cento anni dalla morte del grande anatomico Antonio Scarpa, aveva intanto messo in evidenza pezzi di particolare pregio, e aveva costituito un altro nucleo intorno al quale il Museo storico andava formandosi. Alla fondazione confluì nel neonato museo l’intera collezione che il chirurgo Luigi Porta aveva raccolto nei locali dell’Ospedale San Matteo nel corso della sua lunga attività.

Negli anni successivi furono acquisiti strumenti, preparati, cimeli e documenti che andavano a integrare i nuclei intorno ai quali il Museo si era formato.
Tra le acquisizioni più importanti va ricordato il lascito di cimeli golgiani, uniti a un grande archivio, e il grande numero di strumenti provenienti dall’Istituto di Fisica, che dalla sua sede originaria – a fianco dell’antico Teatro Fisico – si era trasferito nei nuovi istituti alla periferia della città. Pazientemente fu ricostruita un’antica collezione che è testimonianza dell’insegnamento della Fisica classica – statica, dinamica, idrostatica, idraulica e fisica astronomica – e sperimentale – elettricità, magnetismo, calore, pneumatica, acustica, meteorologia e ottica – a partire dal tempo della riforma asburgica dell’Università, negli anni in cui il Gabinetto di Fisica era ad un tempo un laboratorio impiegato per la didattica e la ricerca e sede di una collezione prestigiosa che doveva impressionare i visitatori.

La collezione voltiana, composta da circa 150 strumenti è completata da altri pezzi più recenti che consentono di fornire nel complesso un quadro della strumentaria di un gabinetto fisico nel corso del secolo XIX.